E' in linea il numero 3-4 anno VII di Milleitalie dedicato alla Biennale di Venezia 2017 - 57. Esposizione Internazionale d'Arte

L'Associazione, anche per l'Edizione 2017, collabora all'organizzazione del Premio Nazionale Elio Pagliarani


Arti visive e architettura

“The time is out of joint"

Il tempo metafisico e il tempo dell’uomo

Tosatti e il Novecento predigitale

di Cetta Petrollo

Il secolo appena passato può forse definirsi, nelle sue espressioni artistiche, come il secolo della mobilità transitoria. Precarietà e deperibilità sono state citate e rappresentate più volte fino al punto da costituire, quasi, il filo portante della storia culturale del XX secolo, dalle esplodenti dichiarazioni di poetica delle avanguardie storiche, alla frammentazione della luce dei divisionisti, alla figurazione della follia degli espressionisti, alla futurista rappresentazione del movimento, fino alla museificazione dei simboli politici, delle plastiche combuste, dei tagli, dei rifiuti industriali, dello stesso corpo umano (ed è banale  la citazione di alcuni esempi fra i più grandi, Kokoschka, Munch, Schiele, Balla, Fontana, Burri, Manzoni…) non dimenticando di citare, in letteratura, l’adozione di materiali diversi accostati come reperti linguistici del nostro vivere fino al punto della riproposizione della casualità digitale dello scrivere (citando, come esempio italiano, gli autori del Gruppo ’63 e, fra questi, soprattutto, Nanni Balestrini).
D’altra parte, un secolo funestato da due conflitti mondiali e reso incerto, nelle sue convinzioni, dallo sconfinamento negli sconosciuti territori dell’es e nelle ipotesi, fino ad allora accettate, sulla stessa architettura della materia, non poteva non rifugiarsi nella rappresentazione del presente e della sua transitorietà, e questo, in rispecchiamento e rovesciamento, con l’esibita certezza delle impalcature ideologiche che si concretizzarono nei regimi totalizzanti che abbiamo conosciuto.
Nella ressa costituita dal vivacissimo Novecento culturale che ci portiamo dietro (e basta visitare la stupenda mostra che il Madre di Napoli ha ora dedicato a Fabio Mauri per toccare con mano cosa il Novecento sia stato e di quale ricchezza sia portatore) indubbiamente non è semplice, per gli artisti e gli scrittori che si affacciamo nel XXI secolo  e che sono nati negli anni Settanta, esprimere necessità linguistiche ed espressive se non rovesciando del tutto la prospettiva e tornando  ad indirizzare lo sguardo in una diversa e contraria dimensione temporale.
Il nuovo allestimento della Gnam di Roma e l’impostazione della prossima Biennale d’arte, curata da Christine Macel e che aprirà il prossimo 10 maggio, offrono elementi preziosi per la comprensione di quanto sta accadendo da qualche anno e manifestano i segni di una significativa elaborazione teorica in corso.


Dice la Macel  : «Gli artisti hanno una responsabilità: possono intuire, meglio di altri, la direzione che prende il mondo. Per questo il loro ruolo deve essere centrale». E ancora: «La mostra vuole restituire attenzione ai giovani artisti e riscoprire quelli scomparsi troppo presto dalla scena o ancora misconosciuti. Sarà un viaggio diviso in nove padiglioni connotati per temi. Alla fine, lo spettatore è chiamato ad attraversare un'esperienza […] l’arte di oggi di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo testimonia la parte più preziosa dell’umano in un momento in cui l’umanesimo è in serio pericolo. È il luogo per eccellenza della riflessione, dell’espressione individuale e della libertà è un sì alla vita». Come osserva Angelo Crespi   «la Macel  richiama la centralità della “dimensione spirituale” (già di per sé una dichiarazione controcorrente, in un momento in cui l’arte è frutto più del mercato che dello spirito» e «l’inoperosità laboriosa del meditante, la fremente attesa prima del colpo, quell’istante di grazia in cui l’artista è immotus nec iners, immobile ma non inerte» per «una Biennale che dunque potrebbe essere veramente di svolta, in un mondo del contemporaneo sempre più prono a mode e vizi e tic, una mostra che riporti al centro l’arte che non vuole provocare bensì costruire”»
L’organizzazione per temi e non per paesi, temi che riportino lo spettatore verso le questioni centrali della vita umana e nelle quali l’artista agisce come protagonista ponendosi, con la sua opera al centro è alla base anche del recente nuovo allestimento della Galleria nazionale d’arte moderna di Roma realizzato da Cristiana Collu, non a caso inauguratosi con la mostra “The Lasting”, l’intervallo e la durata, anch’essa incentrata e organizzata su una nuova dimensione temporale. Quello che si propone ai visitatori è un percorso per temi in cui le opere del passato siano messe a confronto con quelle contemporanee eccitando suggestioni intuitive in un tempo posto al di fuori delle evenienze ed alle occasioni storiche.


La nozione di  nuovo umanesimo, teorizzata ed esibita da due grandi curatrici d’arte, Cristiana Collu e  Christine Macel , è al centro anche della riflessione di uno dei più interessanti artisti contemporanei, Gian Maria Tosatti. Tosatti, intervistato sulla serie napoletana Le Sette stagioni dello spirito, così risponde: «Il ruolo dell’artista nella società è ciò a cui ho dedicato il primo ciclo di incontri del progetto. È un tema essenziale. L’ho detto più di una volta. L’artista è colui che si prende cura dell’anima dei cittadini. Ma oggi credo che non sia tanto un ruolo che dobbiamo esercitare, quanto un ruolo di cui dobbiamo riappropriarci. Abbiamo lentamente abdicato a questo compito, o meglio, alla consapevolezza che dovrebbe guidarlo. Prima dobbiamo riacquisire quella – e il dialogo tra noi è lo strumento per farlo – e poi potremo riprenderci il ruolo di cui, per almeno trent’anni, abbiamo reso orfana la società […] l’artista è l’ultima linea di difesa dell’umanità. E lo è perché il suo compito è quello di servire la verità. L’artista è un costruttore di specchi. Non racconta la sua versione. Anzi, è auspicabile che l’artista sparisca dopo aver compiuto il suo lavoro, che sparisca nel compierlo, come dicevo prima riferendomi alla lingua. L’artista effettivamente non “dice” la verità. Egli non la processa, non dovrebbe nemmeno toccarla. La verità è così delicata che si sbriciolerebbe o è così bruciante che gli ustionerebbe le dita. L’artista è colui che deve semplicemente costruire la chimica dello specchio. È un lavoro alchemico e scientifico. E poi deve decidere anche dove puntare lo specchio. Per cui sarà anche il costruttore dell’impalcatura che definisce una precisa inclinazione, una direzione. Ma la verità non dev’essere mai toccata, deve poter emergere per evidenza. E tutta l’arte sta proprio nel trovare la formula chimica esatta perché l’amalgama di nitrato di argento, ammoniaca e acido tartarico sia capace di riflettere alla perfezione, senza nascondere niente, senza deformare. […] Ma se le tue opere vivono nel presente anche il loro rapporto con il passato, questo vuol dire che il passato è sempre davanti a te e mai dietro. Al contrario i musei espongono opere del passato in una dimensione, al di là di qualche tentativo interessante, di retrospettiva in cui il passato è alle spalle e quindi visto in una prospettiva di vita già vissuta e finita […]. Dobbiamo cambiare noi stessi, decostruire tutto ciò che siamo diventati in questi trenta o quarant’anni in cui siamo stati deviati da una Storia che ha preso il sopravvento sulla nostra dignità. Solo allora, quando saremo cambiati noi, quando ci saremo smontati, avremo trovato e riconosciuto le zavorre che ci rendono un peso per la società e per il suo sviluppo positivo, ci saremo rimpadroniti del tempo che viviamo».

tosatti

L’istanza etica che si pone al centro della creazione artistica pretende come operazione preliminare la “chiusura” con il recente passato, chiusura superbamente raffigurata nelle otto sale espositive dedicate a Tosatti nel Museo dell’arte contemporanea di Napoli.

Ad essere citati e impacchettati sono i simboli dell’era predigitale, trattati da Tosatti come fossero reperti di altre epoche storiche: registri anagrafici, esibiti come papiri d’Ercolano, manifesti elettorali che diresti essere stati stampati nel dopoguerra (ed hai un brivido quando ne leggi la data, 1999), scrivanie d’ufficio che potrebbero appartenere indifferentemente agli anni Cinquanta come al duemila, faldoni, macchine da scrivere, carta e oggetti di cancelleria, boccette di farmaci e altro).

Il tempo citato e circoscritto dentro gli ambienti delle installazioni (e sbaglierebbe, alla grande!, chi, vedendo la tecnica installativa, volesse ricondurre Tosatti alle esperienze dei decenni precedenti).

Quello che qui importa, non è infatti lo strumento, la tecnica di citazione e messa fra parentesi, ma la significanza extratemporale che nel momento in cui chiude un capitolo della nostra storia, immediatamente con la forte presenza etica e morale  la propone violentemente in un tempo che si esibisce come a-storico.

In ciò ha sicuramente agito, e come non potrebbe, la nostra era digitale che ci rende contemporanei a noi stessi e del tutto delocalizzati, percezione alla quale sono indubbiamente più sensibili gli artisti nati negli ultimi vent’anni del secolo scorso, percezione nella quale sono immersi anche alcuni narratori  e poeti contemporanei che ripropongono, con forza, l’importanza etica e politica della narrazione.

Nella stessa direzione di chiusura e centralità dell’istanza etica nel tempo metafisico e nella significanza del sé non dimentica di una rigorosa dimensione politica, si pone la ricerca di alcuni poeti contemporanei fra cui Lidia Riviello con “Sonnologie” (Zona, 2016) e Sara Ventroni con “La Sommersione”(Aragno, 2016).

Ha scritto recentemente Jens Christian Grøndahl [4]che «se il romanzo offre sempre un quadro della propria epoca e della propria società, è al tempo stesso, indirettamente, il ritratto di chi osserva quel mondo. Nell’arte, lo sguardo viene prima del suo oggetto […] più ancora della trama, m’interessa lo sguardo che ne interpreta i personaggi e gli eventi. I personaggi non sono burattini. Al contrario, sono costretto a convincermi di non sapere quasi nulla e di essere solo un loro spettatore […] A renderli vivi e presenti davanti a me — e, credo, davanti al lettore — non è il fatto di conoscerli da vicino, ma l’esatto contrario: la distanza e una relativa estraneità. Questa distanza ha anche la funzione di segnare il dovuto scarto fra verità e finzione […] Il romanzo “gira intorno a una storia che non si può raccontare davvero, in parte perché le persone sono e restano un enigma, e in parte perché le storie si manifestano in quanto tali solo dopo essere giunte a conclusione”».

Il viaggio – pellegrinaggio di Tosatti in alcuni luoghi del sociale (i luoghi del culto religioso e profano della città di Napoli, chiese, conventi, anagrafe, fabbriche e ospedali) corrispondenti a luoghi interiori mutuati dalle stanze de Il Castello interiore (1577) di Santa Teresa d’Avila e collocate, oltrecché negli spazi cittadini anche in nove ambienti del Madre (la Project room al piano terra e otto sale al secondo piano) in una personale e collettiva via francigena ci costringe ad esercitare lo sguardo sul nostro vissuto collettivo, politico e sociale per, immediatamente riportarlo nel luogo interiore ed atemporale del nostro esistere spirituale operando lo slittamento del piano temporale umano a quello divino, anzi incarnando quello in questo.

Come ben ha osservato Antonello Tolve [5] Tosatti ha costruito una «cosmografia che, se nella struttura si è nutrita del Castello interiore e della Divina Commedia, nell’esercizio critico e creativo quotidiano ha riletto la storia dell’uomo, del singolo e della specie, per restituirla mediante estroflessioni performative, interventi immaginifici volti a prendersi cura della città per prendersi cura del proprio sé».

 



[1] Christine Macel, Intervista sulla Repubblica del 7 febbraio 2017

[2] Angelo Crespi, La rivoluzione è un pranzo di gala (con gli artisti) in Il Giornale del 26 settembre 2016

[3]Claudio Zecchi, Responsabilità, pratiche e tensione narrativa nel lavoro di Gian Maria Tosatti in Arteecritica n.87/88

[4] Jens Christian Grøndahl, Il romanzo serve ancora, favorisce la democrazia in La Lettura (supplemento del Corriere della sera) del 26 febbraio 2017

[5] In Alfabeta2 del 30 dicembre 2016